La storia di un giovane pirata cresciuto a colpi di Capitan Uncino, arrivato a nemmeno trent’anni a creare la prima ciurma che usa metodi non convenzionali per scovare tesori nascosti tramite l’advertising.
Ero appena nato, e anche se la sala parto non aveva l’aspetto di un vascello dei pirati, sono certo che una parte di me già in quel momento si sentisse un piccolo pirata.
Quando qualche anno dopo, guardando un cartone, sentii pronunciare “pirati si nasce, non lo si diventa”, ne diventai certo. Avevo convinto me stesso, ma non riuscivo a convincere gli altri. Anni dopo lo stesso problema si sarebbe presentato nell’adv: non basta dire “sono un advertiser” per esserlo.

Se volevo essere un pirata dovevo pensare come un pirata, agire come un pirata, vestirmi come un pirata. L’occasione arrivò a carnevale. Il vestito era bello, ma ero solo e senza una ciurma.
Il risultato? La maestra dovette intervenire per separarmi dai compagni che mi accusavano di non essere un vero pirata. Il motivo: non avevo un nome da pirata. Hai mai sentito storie di pirati che si arrendono perché sulla nave nemica c’è un tale di nome Giovanni?

Ma le sfide non erano finite, perché gli adulti dicevano: “i pirati rubano e saccheggiano, scegli un supereroe”. Che film di pirati avevano guardato, questi?
Come molti piccoli pirati anch’io sono andato a scuola, e poi all’università. Un viaggio che come destinazione mi ha portato fino in America: per acquisire l’esperienza necessaria dovevo raggiungere i pirati migliori che ci sono oggi, dovevo andare nella Silicon Valley.
Quel periodo mi ha permesso di salire a bordo delle migliori navi unicorno: Tesla, Facebook, LinkedIn e YouTube. Per arricchire la mappa di strategie e strumenti sconosciuti in Italia mi sono iscritto a un corso al Valley Innovation Center sul disruptive marketing: le metodologie di crescita usate dalle aziende unicorno per crescere esponenzialmente.
A quel punto avevo davanti due orizzonti: restare in America ed entrare in qualche nave pirata americana, oppure tornare in Italia e aiutare piccoli navigatori a far crescere le loro flotte. Ho scelto la seconda via.

In tutto il tempo passato via una cosa non era cambiata: non avevo smesso di dire ciò che pensavo. Una caratteristica che mi ha spesso fatto passare per antipatico. Ma in fondo: da quando un pirata è simpatico?
Abituato a parlare senza giri di parole, per me è sempre stato normale dire a un imprenditore “non possiamo lavorare assieme, perché i test ci dicono che questo prodotto, per come è concepito, non ha mercato”. L’effetto in molti casi è stato dirompente: quei clienti sono tornati proprio perché avevo detto loro le cose come stanno.